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⚠ Comunicazione di servizio ⚠

Cari tutti, ho deciso a malincuore di trasferire Cinema, mon amour! su un altro hosting. Ma non preoccupatevi: questo spazio resterà comunque attivo, sia per poter leggere e commentare quello che scriverete, sia per dare la possibilità a tutti voi, blogger di WordPress, di continuare a seguirmi; infatti, posterò anche qui gli articoli pubblicati sul nuovo sito ufficiale, disponibile all’indirizzo www.cinemamonamour.blog (se volete, dateci un’occhiata).

Ho iniziato a scrivere qui quasi due anni fa: era la mia prima esperienza da blogger di cinema, ero alle prime armi ma con tanta voglia di fare e di mettermi alla prova. Non potevo immaginare il calore con cui sarei stata accolta dalla maggior parte di voi. Per questo, vi ringrazio tanto. Sono sicura che non troverò altri “colleghi” blogger di cinema (e non) come voi.

Grazie ancora per tutto l’affetto dimostrato. A presto!

Giulia

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Venezia 75 | A Star is Born – La recensione

Presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2018, A Star is Born segna il debutto alla regia di Bradley Cooper e quello di Lady Gaga come attrice protragonista sul grande schermo.

Terzo rifacimento di È nata una stella, il film racconta la tormentata storia d’amore tra il musicista di successo Jackson Maine (Bradley Cooper) e l’aspirante cantante Ally (Lady Gaga).

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La prima parte del film è trascinante e scivola via che è una meraviglia. I momenti musicali – rigorosamente eseguiti dal vivo, su volere di Gaga – sono una gioia per le orecchie e per gli occhi, e sembrano girati come dei veri e propri concerti anche grazie alla bella fotografia di Matthew Libatique (già DoP de Il cigno nero) e al montaggio. Il sonoro è di ottimo livello, le canzoni sono state scritte dai due protagonisti in collaborazione con altri artisti. È praticamente sicura la candidatura agli Oscar come miglior canzone originale per Shallow (firmata da Lady Gaga e Mark Ronson). La storia d’amore tra il musicista di successo tormentato Jackson e la talentuosa ma sconosciuta Ally è ormai un classico e, sebbene non sia esente da alcuni cliché, è comunque appassionante.

Insomma, l’intrattenimento e il sentimento ci sono, funzionano, ed è tutto ciò che si richiede da un film di questo genere. Però, dopo averci raccontato il raggiungimento del successo da parte della protagonista femminile, A Star is Born si focalizza troppo sul problema di alcolismo e tossicodipendenza di Jack, scadendo nel melodrammatico e avviandosi verso un finale piuttosto convenzionale. È un peccato che il film perda la sua leggerezza, anche se, trattandosi di un remake del remake del remake dell’originale, è chiaro che Cooper avesse pochi margini di libertà e si sia trovato praticamente costretto a restare fedele ai film precedenti. Un finale diverso non avrebbe però guastato.

Gli interpreti sono senza dubbio carismatici e credibili, l’uno come cantante, l’altra come attrice. Per le numerose analogie con il personaggio da lei interpretato, Lady Gaga risulta naturale e mai eccessiva. Inutile soffermarsi sulla sua voce; indipendentemente dai propri gusti musicali, è innegabile quanto sia potente. Dall’altro lato, Bradley Cooper è più volte sul filo del melodrammatico quando mostra i lati tormentati del suo personaggio, mentre è un piacione perfetto nei momenti più distesi del film. Il suo lavoro è in definitiva apprezzabile, soprattutto per la scelta di cantare dal vivo e perché è evidente quanto egli abbia preso a cuore il progetto. Infatti, tecnicamente, il suo è un film ben realizzato, e di questo bisogna rendergli merito.

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Tirando le somme, A Star is Born è una tradizionale storia di ascesa e discesa di due artisti, che conta dei momenti musicali coinvolgenti e due interpreti in sintonia; non è un capolavoro, ma comunque una buona opera prima per Bradley Cooper.

Nel segno di Proust: fotogrammi di un tempo perduto (e ritrovato)

Secondo il filosofo francese Marcel Proust, non sai di essere felice finché non ricordi di esserlo stato. È questa, in breve, la tesi del suo capolavoro letterario, Alla Ricerca del Tempo Perduto, in cui il protagonista, un uomo sconfortato dalla sua realtà, assaggia una madeleine che lo riporta con la memoria alla sua infanzia, spensierata e felice, e in quei ricordi comprende che la gioia che ha provato era reale.
Al cinema, il concetto di felicità ritrovata attraverso l’atto del ricordare viene spesso rappresentato tramite il flashback, solitamente ambientato durante l’infanzia del soggetto che sta ricordando, ma non sempre. Di seguito alcuni film in cui il ricordo del “tempo perduto” scaturisce da fonti diverse – come un sapore, un profumo, una parola – e la cui resa in immagini è differente.

Ratatouille (Brad Bird, 2007): la ratatouille di mamma Ego

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Iniziamo con la pellicola che più direttamente cita l’opera di Proust: il film Pixar Ratatouille.

A Parigi, il topolino aspirante chef Remy prepara una ratatouille all’integerrimo critico gastronomico Anton Ego, il quale, appena la assaggia, viene trasportato indietro nel tempo, quando da piccolo era triste e la mamma gli preparava lo stesso piatto per farlo felice. Ego quindi ritorna con la mente ad un tempo felice, un tempo che reputava ormai perduto, ma che ora invece ha ritrovato, proprio grazie a quel piatto povero preparatogli da Remy.
Come il libro di Proust, Ratatouille ci dice che basta davvero poco – una madeleine o una ratatouille – per suscitare in noi emozioni e sensazioni che spesso provengono dal nostro passato e, ricordandole, le proviamo nuovamente, magari facendo anche pace con il nostro presente, come testimoniato dalla conversione finale di Anton Ego.

Il favoloso mondo di Amélie (Jean-Pierre Jeunet, 2001): la scatola di Dominique Bretodeau

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Altro film ambientato a Parigi (questo veramente francese), altra citazione della Recherche: la madeleine assume qui le sembianze di una scatola di latta.

Amélie Poulaine vuole restituire al legittimo proprietario la scatola di latta piena di cimeli che ha trovato nascosta sotto una piastrella del suo appartamento. Non sarebbe affatto errato affermare che quel piccolo tesoro di quarant’anni prima sia il motore stesso del film, tanto che tornerà nelle mani del suo possessore, Dominique Bretodeau, soltanto alla fine del film, dopo innumerevoli ricerche e peripezie. Amélie escogita un piano per far sì che sia lo stesso Bretodeau a ritrovare personalmente la scatola all’interno di una cabina telefonica. Non appena ciò accade, in un istante, tutto riaffiora alla mente dell’interessato: la vittoria di Federico Bahamontes al Tour de France del ’59, le sottane della zia Josette, le biglie che aveva vinto ai suoi compagni di scuola; insomma, ricordi della sua infanzia, che ci vengono mostrati in un flashback in bianco e nero.
Anche in questo caso, il ricordo del passato ha ricadute sul presente: dopo il ritrovamento della scatola, Bretodeau decide di andare a trovare la figlia con la quale non parla più da anni, prima di diventare egli stesso un ricordo da mettere dentro una scatoletta di latta, per giunta arrugginita.

 (Federico Fellini, 1963): “ASA NISI MASA”

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Non soltanto il sapore di un piatto o una scatola dei ricordi possono farci tornare indietro con i pensieri, ma anche una parola riaffiorata alla mente.

In un momento di difficoltà creativa (o crisi d’inspirescion, come si dice nel film), il regista Guido Anselmi si trova in un centro termale, insieme – suo malgrado – alla troupe che lo tormenta in vario modo per sapere quando inizieranno le riprese del nuovo film.
Nella scena che ci interessa, un illusionista e sua moglie affermano di saper leggere i pensieri del pubblico, e Guido, che conosceva già entrambi, non si sottrae al gioco. Ecco che, quando i due artisti di strada indovinano la parola pensata da Guido –“ASA NISI MASA” – e chiedono spiegazioni sul suo significato, lo sguardo abbassato di Marcello Mastroianni, un po’ mesto e un po’ nostalgico, introduce un flashback ambientato nella sua infanzia, in cui una bambina pronuncia un oscuro discorso, dal quale si intende che se Guido vorrà accedere ad un “tesoro” dovrà ben conservare a mente la parola “ASA NISI MASA”.
La formula misteriosa, che potrebbe essere la parola ANIMA in alfabeto farfallino, è la testimonianza di una creatività e un’innocenza perduta, che al regista in quel momento tanto servirebbe ritrovare. E, in effetti, sebbene Guido non riesca a far partire il suo film – o almeno: quello che credeva di realizzare in partenza – dopo quel ricordo assistiamo al ritorno di un’immaginazione più vivida, che culmina nella scena dell’harem, in cui Guido immagina (o forse meglio dire sogna ad occhi aperti) tutte le donne della sua vita radunate sotto lo stesso tetto, che lo accudiscono come un bambino.

La La Land (Damien Chazelle, 2016): il tema di Mia e Sebastian

Dopo un sapore, un oggetto e una parola, un’altra fonte da cui può scaturire un ricordo che provoca felicità è sicuramente la musica.

Nella scena finale del musical pluripremiato La La Land, sentiamo le note del tema dei due protagonisti, Mia e Sebastian, che quest’ultimo suonava anche la sera del loro primo incontro. Un primo incontro che in verità non era andato a buon fine, visto la totale indifferenza di Sebastian verso i complimenti fattogli da Mia. Ma, dopo che l’iniziale antipatia reciproca si è trasformata in amore e, soprattutto, dopo che si sono detti addio, il loro tema musicale porta con sé il ricordo della loro storia ed anche il rammarico di ciò che poteva essere e non è stato. Quello che vediamo in seguito non è infatti un flashback, un ricordo vero e proprio, ma un what if? malinconico che termina con un altrettanto sguardo malinconico scambiato tra i due protagonisti; entrambi hanno realizzato il loro sogno (aprire un locale jazz lui, diventare un’attrice di successo lei) ma separandosi.
Le note composte da Justin Hurwitz – suonate al pianoforte da Ryan Gosling – riportano però anche al tempo felice che Mia e Sebastian hanno trascorso insieme; per questo, il loro saluto definitivo si carica di nostalgia, risultando meno doloroso di quanto avrebbe dovuto, ma altresì commovente.

Leggi anche: La La Land – Un musical malinconico

Chiamami col tuo nome (Luca Guadagnino, 2017): lo sguardo perso nei pensieri di Elio

Anche in questo caso, il protagonista offre nella scena finale del film uno sguardo denso di significato ma, a differenza di quello scambiato tra Mia e Sebastian in La La Land, quello di Elio Perlman sostiuisce il flashback stesso e ne assume la funzione di ricordo del “tempo perduto”.

Chiamami col tuo nome è la storia di un amore giovane, goffo e impulsivo, destinato a finire con la stessa velocità con cui si è presentato. Malgrado Elio tenti di cogliere l’attimo, di godersi il momento, l’idillio con Oliver è troppo fugace per permettergli di capire che quella che sta provando è la felicità con la f maiuscola. Elio può rendersi conto di questo soltanto quando perde Oliver, e la scena finale del film mette in scena perfettamente la piccola tragedia che ha luogo quando una storia d’amore così breve e travolgente si conclude. Dopo aver ricevuto la notizia delle imminenti nozze di Oliver, Elio si siede davanti al camino e, mentre i titoli di coda scorrono e la macchina da presa inquadra la sua faccia persa nei pensieri, cerca di dare un senso a ciò che gli è accaduto, di far passare la “scottatura”, ma soprattutto di mettere in pratica il consiglio del padre. Infatti, ricordare gli istanti passati insieme è straziante, ma anche bello.
Elio accetta il dolore di aver perso probabilmente l’amore della sua vita, lo fa suo, e lascia quindi spazio al ricordo della felicità vissuta in quell’estate del 1983, come suggerisce il cambiamento di espressione sul suo volto, che da contratto si distende in un sorriso appena accennato ma sufficiente per farci capire che ne è valsa la pena.

Leggi anche Call Me By Your Name – La recensione

Venezia 75 | Top e flop della Mostra del Cinema

Con la proclamazione dei vincitori, si è conclusa la Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. È tempo dunque di tirare le somme di questa settantacinquesima edizione.

Per il secondo anno consecutivo, ho partecipato alla Mostra del Cinema di Venezia, il festival cinematografico più antico e prestigioso. Rispetto all’edizione precedente, ho notato un evidente salto di qualità delle pellicole in concorso: se lo scorso anno si distinguevano nettamente alcune ottime pellicole (ad esempio, Tre Manifesti, La forma dellacqua) da altre veramente discutibili, questa volta la qualità era decisamente più omogenea e tendente verso l’alto. Eppure, non mi sento di aver visto né dei flop totali, né dei capolavori, mentre lo scorso anno mi ero sbilanciata maggiormente, sia in un lato che nell’altro; forse perché i pochi film veramente belli svettavano rispetto alle abbondanti pellicole mediocri. Ciononostante, sono sicura che molti dei titoli presentati saranno tra i più interessanti della nuova stagione cinematografica.

Tra i film peggiori visti quest’anno al Lido di Venezia ci sono, a mio parere, Nuestro Tiempo e The Mountain. Entrambi sono quasi senza trama, e dunque i registi hanno cercato di puntare tutto sull’aspetto visivo, fallendo miseramente. Nuestro Tiempo vorrebbe essere poetico, ma risulta pretenzioso ed anche un po’ volgare, mentre The Mountain, quantomeno, vanta dei bei fotogrammi, visibilmente ispirati ai quadri anni Cinquanta.

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The Mountain

I film più deboli del festival sembrano però Acusada e 22 July. Il legal-thriller argentino fa il suo lavoro, tenendo incollato lo spettatore allo schermo, ma sembra più un film per la tv che una pellicola in concorso ad un festival. Stessa cosa si potrebbe dire del film di Paul Greengrass, prossimamente su Netflix. La strage del 2011 sull’isola norvegese di Utoya – realizzata dall’anti-multiculturalista Anders Breivik – viene rappresentata realisticamente come una vicenda collettiva, assumendo molteplici punti di vista, ma così facendo il film finisce per risultare un po’ approssimativo.

Deludono – parzialmente – anche i film storici Peterloo e Sunset. Il primo è una lezione di storia prolissa, mentre il secondo è fin troppo simile all’opera precedente del regista ungherese Laszlo Nemes.

The Nightingale, in quanto unico film in concorso diretto da una donna (Jennifer Kent), aveva suscitato molto clamore, ma si è poi rivelato un fiasco (anche se ho letto delle recensioni fin troppo accanite). Werk Ohne Autor (Opera Senza Autore) è invece piaciuto al pubblico – per cui è stato pensato – e meno alla critica; in effetti, il film che segna il ritorno di Florian Von Donnersmarck alterna momenti decisamente melodrammatici ad altri più distesi, che risultano maggiormente convincenti.

I titoli rimanenti sono per lo più riusciti, anche se ancora criticabili per alcune sottigliezze. Come il film a episodi dei fratelli Cohen, The Ballad of Buster Scruggs, un divertissement carino, che poteva essere strutturato diversamente. Oppure, Capri-Revolution di Mario Martone, film estetizzante che avrebbe avuto bisogno di una presa di posizione più netta. At Eternity’s Gate è un film biografico non convenzionale, che racconta gli ultimi anni di vita di Vincent Van Gogh dal punto di vista dello stesso; con un ispirato Willem Dafoe nel ruolo del pittore olandese, il film si perde qua e là nel mostrare la visione distorta della realtà che ha il protagonista.

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At Eternity’s Gate

First Man, la prova del nove di Damien Chazelle, è un film convincente, sia per la scelta di raccontare l’Armstrong padre di famiglia invece che l’eroe americano, sia registicamente parlando, sebbene Chazelle sembra aver messo da parte – almeno per questo film – lo sguardo poetico che caratterizzava La La Land. Convince anche Zan (Killing) del giapponese Tsukamoto; se non altro perché dimostra che è ancora possibile fare un film di senso compiuto malgrado la durata di 80 minuti.

La mia top 5 è però composta – in ordine ascendente – da Suspiria, Roma, Vox Lux, The Sisters Brothers e The Favourite. Atmosfere inquietanti (Suspiria e Vox Lux), comicità grottesca (The Sisters Brothers e The Favourite), regie strepitose e ottime interpretazioni fanno di questi film i miei preferiti del festival. Questo era anche il parere della stampa (italiana ed estera) e del pubblico, in particolare per i film di Lanthimos, Audiard e Cuaron.

Tra le sorprese più piacevoli delle sezioni parallele della Mostra si contano Sulla Mia Pelle (Orizzonti) e Ricordi? (Giornate degli Autori), di cui ho già parlato rispettivamente qui e qui. Entrambi dimostrano che il cinema italiano, quando vuole, sa essere ancora un bel cinema. Colpisce inoltre in positivo la fotografia di Ying (Shadow), il film wuxia di Zhang Yimou presentato fuori concorso.

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Ying (Shadow)

E fuori concorso è stato presentato anche A Star is Born, l’opera prima di Bradley Cooper che ha pregi e difetti: ad una buona prima metà del film, segue poi la classica storia di ascesa e discesa delle star, con il focus quasi tutto sul personaggio alcolizzato interpretato da Bradley Cooper e trascurando quello altrettanto importante di Lady Gaga. In definitiva, non un capolavoro ma comunque una visione piacevole, anche grazie alla splendida voce della cantante newyorkese. Accattivante è invece Driven, il film di chiusura della Mostra sul creatore della mitica DeLorean (sì, la macchina di Ritorno al Futuro).

Felicissima di aver partecipato nuovamente a questa avventura, vi dico che, anche per quest’anno, da Venezia è tutto!

Venezia 75 | Capri-Revolution – La recensione

Terzo film italiano in concorso alla 75esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Capri-Revolution di Mario Martone è l’ultimo capitolo dell’ideale trilogia composta da Noi credevamo e Il giovane favoloso.

Nel 1914, alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia, un gruppo di artisti e intellettuali nordeuropei trova a Capri il luogo ideale per la propria ricerca nella vita e nell’arte. Il film narra l’incontro tra la pastorella del posto Lucia (Marianna Fontana), la comunità guidata da Seybu (Reinout Scholten van Aschat) e il giovane medico del paese (Antonio Folletto). E narra di un’isola unica al mondo, la montagna dolomitica precipitata nelle acque del Mediterraneo che all’inizio del Novecento ha attratto come un magnete chiunque sentisse la spinta dell’utopia e coltivasse ideali di libertà, come i russi, che – esuli a Capri – si preparavano alla rivoluzione.

La storia prende spunto dalla vita di Karl Diefenbach, artista, pacifista, vegetariano e nudista. Martone ha scritto la sceneggiatura del film insieme a sua moglie, Ippolita di Majo.

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Con Capri-Revolution, il regista campano chiude la trilogia sui ribelli, dopo il Risorgimento (Noi credevamo) e Giacomo Leopardi (Il giovane favoloso).

Ancora una volta la natura, secondo una concezione tipicamente romantica, fa da sfondo alla vicenda raccontata e assume un ruolo determinante. In particolare, la natura di Capri-Revolution è quella vergine e omerica dell’isola più importante del Golfo di Napoli: “quello che mi interessava di Capri era la possibilità di cogliere il suo aspetto di luogo naturale. Più di tutto, la sua assoluta verticalità. Come se nessuno l’avesse vista prima” – ha detto Martone.

 

Martone dimostra nuovamente di saper unire passato e presente in modo originale. I “seguaci” di Seybu sono rappresentati come degli hippies ante litteram: vivono nel segno della libertà più assoluta, e mentre ballano nudi sotto il sole ricordano i personaggi ritratti nel famoso quadro di Matisse. Seybu stesso viene rappresentato come un moderno Gesù Cristo, “curatore” e pacifista. Al contrario, il medico del paese – vicino ai russi esuli a Capri – è a favore dell’entrata in guerra dell’Italia. Il personaggio di Lucia incarna invece la forte identità dell’isola: selvaggia e tradizionalista, poi aperta al nuovo, Lucia rappresenta nella storia l’ago della bilancia.

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Malgrado le bellissime immagini, Capri-Revolution risulta narrativamente inconcludente: Martone presenta le convinzioni ideologiche dei personaggi, in particolare di Seybu e del medico, senza schierarsi né per l’una, né per l’altra. Una scelta simile è solitamente positiva, ma in questo caso sembra indebolire la forza del film. Non potendo parteggiare né per Seybu né per il medico, lo spettatore spera – invano – di potersi immedesimare in Lucia, ma anche questa, nel finale, compie una scelta che sembra più una non-scelta, una via di fuga.

In definitiva, Mario Martone confeziona un film estetizzante, che avrebbe avuto bisogno però di una presa di posizione più netta.